Creativi

Abbiate la capacità di essere umani, e creativi sul serio. Rendetevi essenziali.

Qual è il tuo lavoro?

Il titolo del mio lavoro è "CEO, Head of Design" di Nois3, l'agenzia di Experience Design con base a Roma di cui sono fondatore, che dal 2014 organizza WUD Rome (la conferenza annuale per il World Usability Day). Nella realtà scrivo mail, stringo mani, vedo gente. Insomma queste cose così. E poi supervisiono tutta la parte di design e facilitazione iniziale dei progetti che facciamo per o con i clienti.

Cosa significa essere un "creativo"?

Che cosa significa essere creativo... Sarà l'età, ma il primo paragone che mi viene in mente è MacGyver. La capacità di trovare la soluzione anche con un piatto di lenticchie, che però risolve esattamente l'esigenza che c'è, senza dover scomodare grandi strumenti o tecnologie.

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Cosa succede dopo l'università?

Il "dopo la laurea" per me non c'è stato, perché non mi sono laureato. Ho cominciato a trovare lavoro un po' per caso tramite contatti personali. Erano alcuni anni che smanettavo al computer e ho cominciato a fare prima il grafico, poi il designer, poi l'UX designer, guardando quello che facevano gli altri e cercando di farlo meglio – non riuscendoci ma cercando, questo sì. All'epoca c'era ancora il militare, io ho fatto il servizio civile sostitutivo e lì facevo "quello che fa cose con il computer". Da lì ho iniziato a fare i primi siti. Poi grazie a contatti personali ho trovato lavoro come web master all'università e alla fine, in un modo del tutto rocambolesco, dopo aver fatto tre colloqui, ho trovato il primo vero lavoro e sono diventato consulente per l'accessibilità e il design al Poligrafico dello Stato (alla Zecca). Ho cambiato due lavori e poi sono diventato imprenditore – e quindi mi sono messo il cappio al collo da solo, diciamo. Però anche l'altro lavoro (era per una start-up parigina) è arrivato per relazioni personali, tramite persone che conoscevano persone che stavano cercando gente in gamba. Per qualche ragione hanno segnalato me... Ed è successo così.

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Come devo scrivere il curriculum?

Questa mattina ho fatto un colloquio a un ragazzo uscito dallo IED e gli ho confessato che dal mio punto di vista i colloqui sono una truffa. Nel senso che c'è un candidato che si spaccia per più di quel che è, e un'azienda che chiede di più di ciò che gli serve. E quindi come devo scrivere un curriculum? Cercherei di tenerlo aggiornato e di far emergere le cose interessanti per la posizione a cui sto aspirando – e quindi non qualunque cosa tu abbia fatto nella vita, perché per più di 30 secondi non lo guarderò il curriculum. Comunque non più di una pagina. Cercherei di evitare come la peste qualunque tipo di refuso o errore, perché se porti una cosa sciatta niente mi farà togliere dalla testa che sarai sciatto anche sul lavoro. Inoltre io dico un grossissimo NO ai curriculum europei, perché poi sono tutti uguali e non me ne ricordo neanche uno. Ah, e anche un'altra cosa. Dico NO ai grafici a torta o a barre che dicono che conosci al 95% Illustrator e al 12% Photoshop.

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Soft skills... cioè?

A me interessano moltissimo le soft skills, forse ancora di più delle hard skills. Le hard skills, per come siamo fatti, si possono imparare, le soft skills meno. La capacità di lavorare in gruppo, di ascoltare le persone, di riconoscere un errore e rimediare si riescono a imparare molto meno di una specifica competenza tecnica. Mi interessa poco leggerlo su un curriculum, mi interessa molto vederlo in pratica. Durante un colloquio abbiamo chiesto a un ragazzo che si presentava come Sales Account di provare a vendere un prodotto che gli abbiamo raccontato 10 minuti prima. Non mi interessava il fatto che fosse bravo a venderlo, mi interessava che fosse in grado di rispondere a domande inaspettate. È stato interessante vederlo fare, capire come aggirare una difficoltà e rispondere senza andare nel panico. Questo mi interessa molto di più che leggere quanto sei figo tecnicamente. La tecnica si impara.

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Come affronto un colloquio?

È importante leggere il contesto, devi capire dove sei e con chi stai parlando, se l'atmosfera che si crea ti permette certe liberà oppure no. Se ti proponi da "venditore" parla lentamente e fatti comprendere, perché se parli in fretta e parli troppo c'hai l'ansia, e io non comprerò mai niente da te. Se invece ti dimostri calmo e sicuro, è molto più facile che mi fidi. Devi sapere di cosa stai parlando, senza dover strafare, perché se lo fai stai cercando di dimostrare qualcosa che non sai davvero. Se invece sei sereno e tranquillo e le cose che dici le sai, ti dimostri sicuro e ispiri fiducia. Ci è capitato anni fa di non scegliere un visual designer con altissime competenze (era davvero bravissimo) che si era presentato un po' troppo come super star – e sei appena uscito da una scuola, non puoi fare la super star. Ci sono ancora tantissime pagnotte che devi mangiare, ok sei bravissimo, però... anche meno. Per formazione personale io sono per essere sicuri, se stessi e modesti – non falsamente modesti, ma solo... modesti.

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Quanto conta il voto di laurea?

Penso che l'università, in generale, sia importante. Io non ho una laurea ed è una cosa di cui a volte ho sentito la mancanza a livello di consapevolezza, per non avere in qualche modo "sistematizzato" le cose che so. Però posso dire che oggi, nella mia disciplina, non sento di saperne meno di un laureato perché, da un lato, l'esperienza conta tantissimo e, dall'altro, non aver fatto l'università mi ha spronato a seguire diversi corsi. Quindi avere una laurea conta ma non penso sia una condizione sufficiente né necessaria per trovare lavoro. Però sicuramente aiuta ad avere quella consapevolezza e anche tranquillità nel presentarsi a un colloquio di lavoro.

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È importante l'esperienza in una grande azienda?

Continuo a pensare che fare la prima esperienza in una grande azienda sia fuorviante e anche pericoloso. In una piccola azienda, al contrario, hai modo di sbagliare senza bruciarti troppo e senza pensare che quello che stai facendo sia la verità assoluta. Se entri subito in uno studio molto grande e prestigioso, rischi un po' il fenomeno del "me la sento troppo calla" – come si dice a Roma. Cioè sono entrato nello studio figo, le cose si fanno così ed è l'unico modo in cui si fanno. Quindi rischi di non avere termini di paragone. Questo, soprattutto all'inizio, è molto pericoloso perché poi pensi di essere molto più figo di quello che sei. Se possibile, anche se magari non paga né in termini di soddisfazione né in termini remunerativi, consiglio di fare un'esperienza in qualcosa di piccolo, anche una start-up, in cui bisogna farsi un mazzo così anche in poco tempo e inventarsi un sacco di cose, perché è molto formativo.

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Il "posto fisso" è passato di moda?

Il punto non è tanto il posto fisso o non fisso. Il tema è desiderare, magari in un certo periodo, la sicurezza di avere il tempo, lo spazio e il modo di sbagliare – e quindi di avere la tranquillità di sperimentare e fare cose – senza mettere a repentaglio il tuo bilancio vita/lavoro. In questo caso il posto fisso, nel senso l'azienda che ti garantisce il lavoro d'ufficio 9:00-18:00 in cui tutto sommato il massimo che può capitarti è una lavata di capo per e-mail, è figo. Allo stesso tempo però è figo anche il brivido di doversi procacciare le opportunità, lo stimolo a doversi sempre ingegnare. Noto che è un po' ciclica, nelle persone, la necessità di passare dal lavoro freelance, dove lavori a tante cose diverse, al lavoro su un unico prodotto/servizio, e viceversa. Cioè la necessità di avere tanti stimoli diversi e poi la necessità di focalizzarsi su una cosa, per poi tornare di nuovo a fare cose diverse... Non è certamente sbagliato volere il posto fisso, dipende anche dalle priorità della vita. Diciamo che dovremmo lavorare per vivere, non vivere per lavorare. Anche perché sarebbe bello avere il tempo di fare altre esperienze diverse, perché dopo un po' vieni assorbito dal lavoro e non hai più nulla da dare, anche dal punto di vista delle intuizioni. Se non assumi stimoli riproponi le stesse cose, diventa pure noioso dopo un po'. Per te e per gli altri.

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Posso lavorare le classiche 8 ore?

Io direi che è necessario lavorare massimo 8 ore. Per alcune ragioni. La prima è per stimare correttamente il lavoro da fare: e c'è qualcuno che stima ancora i lavori a giornata, lavorare 14 ore al giorno per una settimana è diverso da lavorarne 8. Massimo 8 ore anche perché il lavoro che facciamo noi è spesso qualitativo e non quantitativo. E quindi di più non rendi e poi se ci metti mezz'ora non è che vale di meno quello che hai fatto, anzi forse vale di più, da un certo punto di vista. Quindi per me è un grande sì alle 8 ore, ma proprio come un massimo. Dopo le 8 ore io vorrei fare altre cose, perché la giornata non è fatta di solo lavoro, è fatta di prendere stimoli, parlare con persone, aver modo di fare auto-formazione anche su cose diverse. Solo che, in Italia almeno, non c'è questa cultura. Cioè alle persone piace lavorar male. Tant'é che un fenomeno che ho visto spesso sono le e-mail bomba poco prima di pranzo o poco prima della fine del venerdì. Che è tipicamente "mi sto pulendo la coscienza e butto la palla a te, che mi risolvi il problema". Questo atteggiamento fa parte di una cultura lavorativa conflittuale.

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Cosa si aspetta da me il team?

Una delle cose che apprezzo di più nelle persone che lavorano con me è l'attitudine a "sporcarsi le mani", indipendentemente dal fatto che una cosa faccia strettamente parte o meno della propria mansione. Questo aspetto è molto legato alla capacità di ascoltare e capire i momenti del team. Quando sei in otto come siamo noi adesso, di cosa stiamo parlando: è come dire che siamo una linea d'esercito schierata, però siamo in otto. Dall'altra parte sono 500mila e tu ti guardi e dici: "Questa cosa non la dovevo fare io", e vabbè, e chi la doveva fare? Se non la facciamo, non si fa. Non essere schizzinosi mi piace. Dico grazie alle persone quando aiutano qualcun altro a risolvere un problema. E anche quando riescono a risolvere le cose in maniera brillante e inaspettata, perché spesso aprono nuove opportunità. Due settimane fa ci è capitato di fare una presentazione ad un cliente di un lavoro di ricerca, una presentazione che in genere faccio io, ma questa volta l'ha fatta la mia socia, ed è stata bravissima anche se era abbastanza in ansia perché non le piace parlare in pubblico. Questo ha fatto sì che il cliente, da solo, individuasse nuove cose che potremmo in seguito fare per lui. E quindi per questo grazie, ti sei messa in gioco e l'hai fatto in un certo modo. Grazie anche alle persone che fanno le call con i clienti difficili.

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Cosa si aspetta da me il capo?

La vita di ufficio è fatta di prassi e quotidianità (tipo pulire i piatti, tenere ordinate le cose, buttare l'immondizia) e in una realtà piccola come siamo noi, difficilmente può avere a che fare con la gerarchia. Sarebbe bello evitare un atteggiamento da "io sono dipendente, quindi queste cose non le faccio". Perché sei anche un abitante di uno spazio comune. Come capo mi aspetto che non ci siano atteggiamenti spocchiosi nei confronti degli altri e, viceversa, neanche miei rispetto a loro. Il rispetto reciproco è per me imprescindibile. Lavorativamente parlando, mi aspetto che si tenga fede alle parole, alle necessità e agli impegni presi. Difficilmente dico alle persone: "Mi serve questa cosa entro due giorni", più spesso ci diciamo, "Ok, quanto tempo ti serve per fare questo?". Benissimo, però aggiornami se qualcosa va male, e cerca di rispettare l'impegno. Fa parte dell'assumersi le responsabilità. Un'altra cosa che mi aspetto dai collaboratori (faccio fatica da morire a chiamarli dipendenti!) è che portino il loro apporto critico-costruttivo o punto di vista diverso. Gli "Yes Men" non mi interessano, non ci faccio niente con persone che mi dicono che ho ragione io. Mi interessa che trovino anche il modo di dirmi che non sono d'accordo, così da far cose che funzionino meglio.

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Partita IVA: e se poi me ne pento?

Come tutte le cose, la partita IVA è uno strumento. La domanda da porsi è: "Ne ho bisogno per dichiarare al fisco che ho più soldi di quelli che mi permette la prestazione occasionale?", oppure, "Avrò tanti committenti diversi per fare la mia attività da freelance, grafico, creativo?", e infine, "Ho veramente voglia di sbattermi e gestire anche tutta la parte contabile: fatturazione, recupero crediti, ecc?". Che purtroppo questa è una parte ingente del lavoro, perché tendenzialmente i clienti non pagano, e se possono pagano il più tardi possibile – anche se vogliono il lavoro il più presto possibile. Dipende molto dall'attitudine che uno ha, o dalle fasi che passi. Può essere un ottimo strumento, però devi avere anche tanta autodisciplina con la partita IVA.

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Voglio mettermi in proprio: da dove inizio?

Se vuoi metterti in proprio per prima cosa devi valutare la dimensione e il valore della tua rete di contatti. Costruirla da zero in un settore che sta diventando sempre più competitivo – dove devi competere con il cugino che fa siti a 500 euro – può essere un bagno di sangue. Se conosci dei potenziali clienti che puoi contattare o che ti possono commissionare un primo lavoro, parti da loro. Non so se consiglierei di mettersi in proprio come prima esperienza, perché il rischio di "bruciarsi" è grosso e non è affatto banale capire cosa è andato storto (se la gestione dell'impresa oppure l'offerta del prodotto o servizio). È difficile fare l'imprenditore di se stessi, io non so se lo rifarei.

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Lavorare da casa è una buona idea?

Per me è necessario distinguere la vita privata dall'ufficio. Altrimenti rischia di diventare tutto un "mischione" in cui sei contemporaneamente in casa e al lavoro, mentre sarebbe bene avere spazi dedicati a una e l'altra cosa. È una questione di autodisciplina, perché poi conosco molte persone che si sentono a loro agio a lavorare da casa. Uno dei miei soci, per dire, lavora e vive in barca: quando lo dico alle persone, mi chiedono come sia possibile usare internet nell'oceano... Sì, ma spesso le barche sono in porto :) Lavorare da casa si può certamente fare, anche se io non sono fan al 100% perché, per il tipo di attività che facciamo, è importante progettare insieme alle persone e da remoto non è sempre facile. Penso anche che, in Italia, avere un ufficio aiuti a dare un'immagine più professionale perché altrimenti sei solo "un ragazzetto che lavora da casa". All'estero, invece, l'ufficio non ce l'ha nessuno (e quindi tra cinque o sei anni sarà così anche da noi).

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Meglio soli... o ben accompagnati?

Per mia esperienza è abbastanza difficile, quasi impossibile, diventare soci con una persona con cui sei amico senza aver mai condiviso un'esperienza lavorativa di qualunque genere. Suddividere il compenso diventa un altro tema piuttosto interessante ("Io ho lavorato più di te" o "Tu hai fatto meno di me", ecc). Sicuramente meglio soli che male accompagnati: piuttosto che avere soci con i quali non ti trovi d'accordo, è meglio da soli. Al contrario, avere soci che riescono ad essere complementari rispetto alle tue competenze o ai tuoi interessi è un grande vantaggio. Dipende dai soci che hai, dall'intesa che trovi e da quanto sei bravo a mantenerla. E sicuramente è complicato, mantenerla nel tempo, perché poi le priorità cambiano e con esse anche i rapporti.

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Se mi metto in proprio devo rinunciare al weekend?

Prima lavoravo tantissimo anche nei fine settimana, poi a un certo punto mi sono detto che no, basta, non lavoro più nei weekend. Ultimamente, per alcune emergenze all'ultimo minuto, mi è capitato di mettere le mani su lavori a orari abbastanza improbabili, però so che è sbagliato. È sbagliato perché diventa inestimabile – cioè proprio non stimabile – il tipo di lavoro che stai facendo. Non è una cosa buona, anche per la qualità del lavoro stesso. A noi sembra che stiamo lavorando e producendo di più, invece non è vero, stiamo producendo di meno. Anche in termini qualitativi. Quindi è meglio uscire con il compagno/compagna (o qualunque altra forma di accompagnamento tu abbia), andare al cinema o a mangiare una cosa fuori e poi rimetterti a lavorare, piuttosto che continuare a lavorare a testa china per generazioni continue.

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Dovrei lavorare gratis?

La risposta draconiana è no, non dovresti lavorare gratis. Però non fraintendere. Non vuol dire che tu debba sempre lavorare per denaro in cambio. Nel senso che possono esserci altre merci di scambio. Non dico lavorare per la visibilità, ma lavorare perché poi puoi vantare un tale cliente, perché guadagni una certa expertise, sperimenti una cosa, ecc. In questo senso, se per te va bene, si può fare. Lavorare gratis no, perché se no non vale niente quello che stai facendo. Dev'essere chiaro cosa ti stai portando a casa in cambio, sia per te che per l'altro. Per esempio, anche se è più che altro una tecnica psicologica, piuttosto che dire: "Sì te lo faccio gratis", meglio dire, "Sì, questa cosa costerebbe così, però in questo caso siccome mi interessa questo e questo te lo faccio senza farti spendere soldi". Deve avere un valore chiaro per le persone, perché se no non vale niente. Mi è capitato di farlo gratis, mi capiterà di nuovo, perché mi permetterà di sperimentare qualcosa che altrimenti non potrei fare. Se ti sta bene il compromesso ci sta, se diventa la norma non è più un compromesso.

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Come do un prezzo al mio lavoro?

Dare un prezzo alla creatività è complicato, perché rientra nel grande tema della percezione della qualità. Il punto non è il valore che io do al mio lavoro. Ma il valore che viene percepito dagli altri. Sta tutto lì. Le persone non conoscono il valore del lavoro che faccio, e quindi per lo meno provo a spiegarlo, così magari capirai che non faccio solo "schermate" nella vita, anzi, faccio risparmiare soldi alle aziende, le faccio lavorare meglio, le faccio sentire più soddisfatte del proprio lavoro e i loro clienti soddisfatti del servizio. Qualcuno direbbe che dipende dal ROI. Questo magico termine per "Return On Investment" significa che dipenderebbe da quanto ritorna, del tuo lavoro, al tuo cliente. Ed è pure vero che se tu cliente investi zero, indietro puoi avere zero. Il tema del valore della creatività è complicato... Noi stiamo abbandonando la quotazione a ore o a giornate/uomo perché non è un tuo problema quanto tempo ci metto, e non voglio che passi il principio per cui se lavoro di più, guadagno di più. Scherzando (ma non troppo) dico spesso ai clienti che io non voglio lavorare di più per guadagnare di più. Io voglio lavorare di meno e guadagnare di più!

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Dovrei far firmare un contratto al cliente?

È un argomento su cui sono combattuto, la risposta breve è sì, al cliente facciamo firmare un contratto che abbiamo formulato insieme al nostro legale. Però non mi piace. Trovo che sia uno di quei momenti di rigidità del rapporto poco piacevole ma necessario, in cui bisogna formalizzare tutto, anche cose che non vorresti formalizzare. Mi lascia l'amaro in bocca, è una fase del lavoro che se potessi salterei a piè pari. Però sì, facciamo firmare un contratto perché è pieno di persone che si attaccano alle piccolezze e quindi è necessario!

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Come devo parlare con il cliente?

In un'attività di ascolto che abbiamo fatto con i nostri clienti, ci hanno definito dei "consulenti scomodi", che danno risposte che le persone non vorrebbero sentirsi dire – ma le danno lo stesso. Con il cliente parliamo in maniera piuttosto franca e schietta. Esistono domande giuste da fare? Sì e no. Noi cominciamo tutti i progetti con una fase di Discovery (workshop, interviste, ecc.) e sono tantissime le domande che facciamo, spesso anche spiazzanti rispetto all'esperienza del cliente. Non c’è LA domanda giusta in sé, le domande giuste sono quelle che ti aiutano a comprendere meglio il progetto che stai per iniziare, andando oltre il brief.

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Il cliente ha sempre ragione?

È importantissimo che il cliente partecipi al processo, ma partecipare al processo non significa che guida lui. Con noi i clienti partecipano sempre al processo, ma saranno state quattro le volte in sei anni in cui abbiamo fatto tre diverse proposte tra cui scegliere. Siccome partecipano al processo, e il processo lo costruiamo insieme, facciamo una proposta e la costruiamo insieme. Una sola però. E quindi se il cliente si sente un Art Director sono contento per lui, però no. Cerchiamo di incanalarlo, e soprattutto di ricondurlo allo step precedente di progettazione: questa cosa l'abbiamo decisa insieme, e questa è la naturale conseguenza. Facendo vari step, il cliente ha ragione, però siccome la cosa che abbiamo deciso allo step prima l'abbiamo decisa insieme, non è che potrà tanto deviare da lì.

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Quanto è importante il percorso di studi?

Penso che la laurea sia importante, perché una cosa che a me è mancata è proprio aver sistematizzato le cose che so oggi. Cioè nella mia disciplina non so meno di un laureato – complice anche l'esperienza, forse ne so anche di più perché lo faccio da tanti anni. Però non aver fatto l'università è una cosa che a volte mi è mancata e ho sentito la necessità di compensare facendo corsi. Quindi contare, conta. Se è una condizione sufficiente o necessaria per trovare lavoro, questo no. Però avere una laurea aiuta ad avere quella consapevolezza e anche tranquillità nel presentarsi a un colloquio di lavoro.

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Posso essere un designer anche se non so disegnare?

Io non so fare un quadretto manco su un quaderno a quadretti. Il nostro lavoro di designer significa essere progettisti, progettiamo cose. È diverso dal disegnare. Sostanzialmente sì, puoi assolutamente fare questo lavoro anche senza saper disegnare. Basta avere la giusta sensibilità o dei disturbi ossessivo-compulsivi tipo i miei, per cui se vedi un refuso o una cosa storta stai male.

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Dovrei specializzarmi o sapere di tutto un po'?

È importante saper parlare con persone diverse, di tanti tipi diversi. Non è necessario conoscere proprio tutte le discipline ma, soprattutto da designer, riuscire a essere un trait d'union tra mondi anche differenti, un "facilitatore del dialogo". Poi, senz'altro, è bello potersi specializzare in un determinato campo. L'ideale sarebbero le famose "T-shaped skills", che non sono una brutta parola e sarebbe figo averle – però certo, assomigliano un po' agli unicorni.

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Come faccio a fare networking?

Per iniziare, finiti gli studi, anche i network universitari della materia per cui vuoi fare il professionista aiutano a trovare aziende con le quali fare esperienze lavorative. Sono fondamentali e complementari all'esperienza didattica e aiutano a crearti una serie di connessioni.

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Un consiglio per i giovani designer?

Un consiglio è mettersi sempre in discussione e non sentirsi mai arrivati. Mai. Anche quando uno ha avuto un grosso successo, non è mai arrivato. Avere sempre voglia di fare qualcos'altro, qualcosa di nuovo, anche di discipline completamente diverse, perché è l'unico modo per portarsi dentro uno sprazzo di freschezza che non diventi manierismo becero di cui nessuno sente il bisogno. Infine il consiglio forse più grande: le cose più ripetitive, da qui a cinque anni, non le faranno gli esseri umani, le faranno le macchine. E quindi se volete sopravvivere dal punto di vista lavorativo, dovete dare una ragione alle persone per tenervi al posto di un algoritmo che farà per voi il layout più efficace o la cosa più funzionale. Non serve saper fare questo. Serve avere la capacità di essere umani, e creativi sul serio. Perché le macchine sanno computare molto più velocemente di voi. Quindi rendetevi essenziali.
PS: Se vuoi fare il graphic designer e non hai ancora letto "Punto Linea Superficie" di Kandinsky, corri a leggerlo.

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