Creativi

Ho fatto un percorso di studi diverso rispetto a cosa faccio oggi. Ho studiato tantissimo da autodidatta e ho trasformato una passione in una professione.

Qual è il tuo lavoro?

Attualmente lavoro a Milano e ricopro un ruolo di User Experience e Service Design lead in NTT Data, un'azienda multinazionale di origine giapponese presente in diversi Paesi. Ho iniziato nel 2001 a occuparmi di Web, ormai tantissimi anni fa... Ho iniziato per passione dopo un anno in cui avevo fatto un altro lavoro, coerente rispetto ai miei studi in Scienze Politiche. Internet era nato durante il periodo dell'università, è stato amore al primo click e parallelamente agli studi universitari ho studiato, da autodidatta, linguaggio html e progettazione grafica.

Cosa significa essere un "creativo"?

Mi sento una creativa nel senso che "creo". Creo prodotti e servizi sia digitali sia, a volte, non digitali, che poi vengono utilizzati dalle persone. Quindi progetto. Essere creativo, da designer, è riuscire a trovare soluzioni innovative in grado di risolvere un problema reale che le persone vivono. Essere in grado di proporre una soluzione migliorativa rispetto a quelle esistenti o magari anche qualcosa di completamente nuovo.

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Cosa succede dopo l'università?

A chi si approccia al mondo del lavoro direi che, da un lato, bisogna avere le idee chiare su cosa vorreste fare e in quale tipo di azienda. Evitate di mandare curricula a tappeto ma concentratevi su ciò che vi interessa di più – per poi magari ampliare un pochino se le risposte non sono molte o non sono soddisfacenti. Però dalla mia esperienza dico di non spaventarsi se a un certo punto decidete di cambiare idea: si può fare! Io sono laureata in Scienze Politiche, quindi il mio primo lavoro, in realtà, è stato prepararmi per un concorso pubblico. Era la mia aspirazione, quello per cui mi ero specializzata. Ho fatto il concorso e l’ho superato, con grande soddisfazione. È stata un'ottima esperienza per vedere il mondo della Pubblica Amministrazione e per realizzare che non era, forse, quello che mi aspettavo. Avevo quest'ideale di fare qualcosa per le persone, che avesse uno scopo, un fine sociale, e a quel punto mi sono dovuta interrogare per capire cosa fare. Avevo una passione fortissima per il web, avevo studiato da autodidatta, quindi non avevo un documento, una certificazione. Comunque ho detto: "Proviamoci!", perché stimolava la mia curiosità e il cuore batteva in quella direzione. Ho iniziato a preparare un curriculum e ho avuto la fortuna di trovare qualcuno che ha voluto credere in me e nelle mie competenze. Quindi per selezionare le opportunità sarebbe bene avere le idee chiare, anche quando si cambia strada.

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Come affronto un colloquio?

Come presentarsi a un colloquio dipende dal tipo di ambiente, bisogna fare un po' di ricerca prima. Magari anche solo dalle foto si può capire se l'ambiente è più o meno formale. Di solito negli ambienti creativi non ci si aspetta la giacca e cravatta e anzi sembrerebbe strano, perché neppure i nostri direttori vestono in giacca e cravatta. Mettono la camicia e magari la giacca nei momenti importanti ma, di solito, non sono assolutamente ambienti formali. Sicuramente presentarsi in modo curato, perché la prima impressione è importante. Quello che dico dei colloqui, è di arrivare preparati. Il colloquio non è vado lì, mi siedo e conversiamo. Dev'essere qualcosa che ho preparato prima, non dovete improvvisare. Informatevi bene sull'azienda, su com'è strutturata, che cosa fa, la sua storia. Poi online ci sono tantissimi articoli sul tema, può sembrare sciocco ma soprattutto per un neolaureato può aiutare, perché è tipico che generalmente, per mettere a proprio agio, si parta con una domanda aperta. Tipo, raccontami il progetto, gli aspetti più importanti, cosa ti è piaciuto di più o cosa cambieresti, cose di questo tipo. Quindi preparatevi! Più riuscite a prepararvi, più eviterete errori dati dall'inesperienza. Nessuno è in grado di affrontare un colloquio alle prime armi, più ne farete più sarete preparati.

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Quanto conta il voto di laurea?

Il voto di laurea non conta tanto come numero in sé, conta più ciò che sta dietro. È vero però che, spesso, ciò che sta dietro va un po' di pari passo con il voto. Ovvio che non stiamo lì a guardare il 108 o il 110 e lode, si guardano le macro differenze. Però conta perché racconta qualcosa della persona, dà un'idea di quanto impegno ha messo nel percorso di studi e quindi ci si può aspettare che metterà un livello di impegno simile nel lavoro. Questa è una prima valutazione. Poi facciamo un lavoro che richiederà sempre formazione e apprendimento, a volte anche individuale, non solo formazione in azienda. Per cui anche vedere che una persona si appassiona allo studio, all'apprendere cose nuove, può essere indice di una predisposizione che nella nostra professione è richiesta.

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È importante l'esperienza in una grande azienda?

Penso che l'esperienza in una grande azienda possa essere importante ma non indispensabile. Importante perché di solito in una grande azienda hai più possibilità di lavorare con un cliente importante, magari su un progetto con una durata più ampia, una complessità maggiore, con un team più allargato. Per una persona neolaureata questa può essere una prima esperienza lavorativa che riesce a dare un'idea del lavoro, della professionalità, e di conseguenza può essere un modo per crescere più velocemente. Questo non vuol dire che nella piccola azienda non si cresca. Si affrontano altri tipi di complessità, magari ci si ritrova a essere una figura ibrida e a fare cose diverse. Sono un po' questi gli aspetti da tenere in conto. Se volete specializzarvi in qualcosa, davvero focalizzarvi su quello, orientatevi sulla grande azienda perché la piccola ovviamente non può permettersi di avere una figura professionale dedicata su ogni singolo aspetto.

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Il "posto fisso" è passato di moda?

Penso che il posto fisso non sia passato di moda. Da questo punto di vista la grande azienda offre magari opportunità maggiori perché può assorbire un numero più alto di risorse, in termini di costi. Detto questo ci sono pro e contro sia nel fare il dipendente, sia nel fare il libero professionista. Vanno pesati molto bene. Il vantaggio di essere in un ambiente di lavoro con un'occupazione fissa è che consente magari di vedere la continuità di un progetto, di non occuparsi solo di una piccola parte ma di vederlo nella sua totalità.

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Posso lavorare le classiche 8 ore?

Facciamo un lavoro che non è qualcosa di lineare, in cui posso dire: "Ok, oggi produco 5 wireframe, domani ne faccio altri 5". I nostri progetti hanno andamenti che non sono regolari. Questo fa sì che possa esserci un picco in prossimità delle scadenze, così come può capitare la giornata in cui c'è meno da fare. Pensare di dire: "Lavoro 8 ore e mi fermo", soprattutto quando sei nella fase creativa, magari in gruppo e state cercando di tirar fuori tutte le idee per un progetto... È un po' complicato. Certo, devono essere dei picchi, dei momenti di emergenza per cui abbia senso. Non dev'essere la normalità, se no c'è qualcosa che non funziona.

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Cosa si aspetta da me il team?

Il team sicuramente si aspetta la collaborazione, il lavoro di squadra. Si possono ottenere grandi risultati solo se si lavora insieme, se si collabora e si sa ascoltare l'altra persona. Uno dei principi del designer dev'essere ascoltare gli altri, perché sulle idee degli altri puoi costruire nuove idee e quindi il lavoro di gruppo è fondamentale. Questa è la base, essere disponibili nei momenti in cui dobbiamo fare squadra. Magari capita che avevamo previsto di arrivare alla scadenza più rilassati, invece abbiamo bisogno di un extra lavoro e allora ci mettiamo tutti. Bisogna avere un senso di responsabilità sul progetto, lavorare responsabilmente. Cioè tenere sempre in conto che, da un lato, abbiamo il cliente con i suoi obiettivi da raggiungere e, dall'altro, gli utenti e quindi le persone che utilizzeranno il progetto, con i loro bisogni da soddisfare. Non facciamo "interfacce" ma qualcosa di più.

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Voglio mettermi in proprio: da dove inizio?

Per mettersi in proprio la cosa più importante è avere una rete di contatti, perché se non conosco assolutamente nessuno è una strada molto in salita. Se avete una buona rete di contatti potete sicuramente avviare un'attività in proprio, perché avete un bacino non solo di potenziali clienti ma anche di eventuali altri professionisti con cui collaborare. Quello che succede normalmente è che un cliente non vi chieda solo un tipo di servizio ma probabilmente vi chiederà anche altre cose correlate, quindi dovete pensare di collaborare con altri professionisti per chiudere il progetto. O diventate tuttologi, cosa improbabile, oppure se volete mantenere la vostra specializzazione dovete pensare di costruirvi una rete di potenziali collaboratori. Da dove iniziare, direi quindi dalla rete di contatti.

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Lavorare da casa è una buona idea?

Lavorare da casa si può. Direi forse non tutto il tempo. I clienti si possono sempre andare a trovare da loro, di solito sono aziende quindi sono anche contenti che sia tu ad andare nel loro ufficio. Non si deve nascondere il fatto di lavorare da casa, se stai avviando un'attività e non hai ancora una sede, anche la casa, se messa in ordine, può andare bene per una riunione. Per ampliare la propria rete di contatti ci sono molti freelance che, soprattutto in contesti cittadini, si appoggiano a dei coworking. Quindi per chi ad esempio non ha lo spazio adeguato o a casa non riesce a concentrarsi perché si distrae troppo e ha bisogno di separare la vita personale da quella lavorativa, il consiglio è di cercare un posto in un coworking da frequentare tutti i giorni o saltuariamente.

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Meglio soli... o ben accompagnati?

Avere un socio in affari ovviamente complica la gestione perché bisogna, a volte, mediare e negoziare. Anche se ci si conosce da tanto tempo e si decide di lavorare insieme... L'amicizia è una cosa, il lavoro un'altra. È importante lavorare con qualcuno di cui si ha piena fiducia e questo dev'essere reciproco. È un vantaggio perché, tra tutte le cose da fare, vuol dire distribuire il lavoro e, in caso di bisogno, sopperire all'altro. Soli può sembrare apparentemente più semplice, perché faccio e gestisco tutto io. Però, per contro, ha i suoi svantaggi anche solo banalmente quando si è a casa ammalati, magari con una scadenza, e per un freelance la malattia non è retribuita. È un aspetto da tenere in considerazione. Mettersi con qualcuno può anche voler dire non direttamente un socio ma creare un network con un gruppo di collaboratori con competenze diverse.

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Se mi metto in proprio devo rinunciare al weekend?

Fare il freelance vuol dire che posso decidere quando lavorare, quindi è una scelta se farlo nei weekend o solo durante la settimana. Così come è una scelta dire: "Questa settimana lavoro 7 giorni su 7 perché ho una scadenza serrata e mi va bene così". È importante, per un freelance, accordarsi molto bene col cliente sulle tempistiche ed evitare fraintendimenti in corso d'opera, perché è questo che poi fa saltare i weekend. Quindi definisci delle tempistiche col cliente, definite quale sarà la data di consegna, cosa sarà incluso nel progetto e cosa verrà consegnato. È fondamentale, altrimenti il rischio di saltare i weekend aumenta.

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Dovrei lavorare gratis?

Lavorare gratis, direi mai. Perché se si tratta di lavoro, va pagato e dev'essere riconosciuto come tale. Se consideri quello che stai facendo un lavoro, dev'essere pagato. Oppure è qualcosa che consideriamo un puro favore a qualcuno, per cui lo vogliamo considerare come tale e va bene così. A me è capitato di lavorare gratuitamente però erano veramente "amici-amici-amici" e avevo deciso che non volevo percepire nulla da quel lavoro. Però, anche a un amico o un conoscente, consiglio di far sempre percepire il valore del vostro lavoro. Comunque un preventivo fallo lo stesso, mostra il valore delle tue giornate e poi puoi applicare lo sconto che vuoi o puoi anche tirare una riga e dire: "Ecco, per te è zero!". Perché se non lo fai, se è una situazione un po' ibrida per cui non è l'amico del cuore ma magari un conoscente, o l'amico dell'amico eccetera, il rischio è che poi magari vadano a dire: "Vai da quella persona perché mi ha fatto un sito", che ne so, "a 200 euro". Può tornare indietro come un boomerang. Quindi è importante far sempre percepire il valore del nostro lavoro.

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Come parlo di soldi con il cliente?

Quando si parla di soldi è importante ascoltare l'esigenza del cliente ma chiedere nell'incontro conoscitivo anche un orientamento di budget. Se il cliente ci sta chiedendo un sito web molto complesso che sappiamo richiederà 20 giornate di lavoro ma poi ha un budget che non è commisurato a quello, o si ridimensiona il progetto o di fatto dobbiamo anche saper dire di no. Oppure, se proprio siamo in un momento di difficoltà in cui abbiamo bisogno di lavorare, far percepire il valore e applicare poi uno sconto, se lo si ritiene opportuno. A volte può essere un cliente che potenzialmente potrebbe affidarmi altri lavori, quindi sul primo cerco magari di venirgli incontro. Nel parlare di soldi bisogna far percepire che cosa si può ottenere con un certo tipo di progetto e qual è la differenza tra farlo in un modo o in un altro. Si possono prendere anche ricerche e dati statistici a supporto, ad esempio legati al ritorno dell'investimento. Far capire anche con i numeri qual è il valore della professionalità. Avere un tariffario è qualcosa di professionale.

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Dovrei far firmare un contratto al cliente?

Un lavoro senza un contratto non è un lavoro. Purtroppo non fare un contratto potrebbe portare ad alti rischi perché non è scritto nero su bianco quanto tempo ci vorrà per quel lavoro, quanto costa, che cosa verrà fatto, che cosa sarà consegnato. Un contratto di solito non è il prezzo e basta. Il prezzo è uno degli elementi che ovviamente mi serve per essere tutelato anche legalmente, però anche tutto il resto è importante. Un accordo scritto è anche una questione di trasparenza, essere certi che hai letto quello che ho scritto, l'hai firmato, quindi vuol dire che hai compreso quale sarà la nostra collaborazione. In una grande azienda non si fa niente senza contratto ma anche i collaboratori esterni che lavorano con noi hanno una sorta di contratto o pacchetti a giornata, comunque qualcosa di scritto, a tutela.

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Come devo parlare con il cliente?

Sicuramente con il cliente è fondamentale porsi in maniera professionale. Anche se può capitare di essere in un luogo meno formale, come in casa perché sono un freelance, è importante essere professionali. Il cliente generalmente ti dice che ha bisogno di un sito, vuole lanciare un nuovo servizio. È fondamentale capire cosa sta dietro la richiesta del cliente, capire quali sono gli obiettivi, le motivazioni per cui è arrivato a formulare quella richiesta. A volte il cliente ha in testa che vuole fare quella cosa per raggiungere quell'obiettivo, ma di fatto ha bisogno di tutt'altro. Quindi chiedere e confrontarsi con lui, fare domande per scavare dietro obiettivi, motivazioni, richieste, può davvero aiutarci a fornire un servizio per lui migliore. Indagare le corrette motivazioni ci dà l'orientamento del progetto. Sapere quali obiettivi di business si vogliono ottenere e come li vogliamo misurare, ci può aiutare davvero a dare un taglio piuttosto che un altro al progetto.

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Devo essere un mago dei programmi?

In fase di valutazione di un candidato, conoscere determinati programmi lo reputiamo assolutamente non indispensabile. Un po' perché i nostri software cambiano da azienda ad azienda, un po' perché cambiano anche nel tempo. Arriva il nuovo programma che spodesta tutti i precedenti, per cui di fatto lo strumento software di per sé non è fondamentale. Cosa conta davvero è avere dietro una base teorica, per cui ad esempio so progettare dei wireframe perché li so sketchare sulla carta o li so fare su qualsiasi tipo di software. Il programma si impara, quindi di solito non ci sono particolari richieste su questo.

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Posso essere un designer anche se non so disegnare?

Qua c'è a volte un misunderstanding, perché per fare dei wireframe, per esempio, di fatto bastano delle linee, dei quadrati, dei cerchi, non è che si debba essere dei grandi disegnatori. C'è chi è più portato per il disegno, chi lo è meno, ma non facciamo opere d'arte quindi l'importante è sketchare l'idea, riuscire anche con una bozza a buttare giù le idee. Non serve assolutamente essere bravi a disegnare. Bisogna superare questa paura, perché carta e penna o comunque una lavagna scrivibile con un pennarellone sono indispensabili, non si può pensare di partire dal pixel. Dobbiamo partire da qualcosa che è molto prima, qualcosa che sono idee abbozzate per poi decidere quale portare avanti. Appallottolare fogli di carta fatti in una giornata non ci fa sentire male, magari buttare nel cestino ore e ore di lavoro al computer può davvero essere un problema. Quindi sempre meglio capire prima la direzione e in questo il disegno è fondamentale, ma non il disegno come lo pensiamo in senso artistico.

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Dovrei specializzarmi o sapere di tutto un po'?

Sicuramente in un progettista è richiesta una conoscenza verticale. Per esempio, per una persona che vuole fare User Experience Design, sono fondamentali le basi del design, dell'ergonomia cognitiva e quant'altro, però posso dire che non bastano. Bisogna saper collaborare con altre figure professionali ed essere capaci di coniugare i bisogni degli utenti con gli obiettivi di business da un lato e la fattibilità, i vincoli tecnici e tecnologici, dall'altro. Infatti i nostri progetti vengono poi realizzati da sviluppatori: non vuol dire che si debba conoscere il codice, però almeno un'idea di com'è strutturato un front-end e di come lo sviluppatore lavora, è fondamentale. Si lavora insieme e alcune scelte è importante valutarle insieme per capire se siano tecnicamente fattibili. Lo stesso vale per il lato business, avere l'idea di cosa voglia dire impostare una strategia di business – perché il sito non sarà fine a sé stesso, il cliente mette un budget e quindi si aspetta un ritorno dell'investimento.

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Come si diventa bravi nel proprio lavoro?

Diventare bravi per me vuol dire essere sempre curiosi, essere mossi da tanta passione, continuare a leggere. Leggere è fondamentale, abbiamo la fortuna o sfortuna che oltreoceano, oltremanica, spesso fanno studi più avanzati sul Design perché come disciplina si è affermato prima che nel nostro Paese. È importante vedere come evolve la nostra materia attraverso gli studi e le ricerche che arrivano da Stati Uniti, Inghilterra, Nord Europa. È importante perché le basi sono sempre quelle, però con le nuove tecnologie i confini sono sempre più labili e c'è una commistione tra prodotto fisico, prodotto digitale, servizio. Cerco sempre di frequentare anche eventi, nel limite del possibile, almeno le grandi conferenze. In Italia c'è Architecta che organizza diversi eventi, cerco di seguirli anche perché è un'occasione per confrontarsi con altri professionisti. Quindi si diventa bravi se si continua a essere curiosi e ci si contamina con altre discipline. Poi, posso dire di essere diventato bravo se riesco davvero a coinvolgere nel mio progetto sia gli stakeholder da un lato, sia gli utenti dall'altro, lavorando insieme per un fine comune.

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Come faccio a fare networking?

Credo molto nel networking, l'architettura delle relazioni che riusciamo a creare è davvero il grande valore che possiamo portare come designer. Anche perché abbiamo bisogno di creare una cultura della nostra professionalità e di condividere con gli altri la nostra esperienza, il nostro sapere. Il passaparola è fondamentale, come prima cosa si può sfruttare la propria rete personale. Poi frequentare certi ambienti può aiutare, ad esempio tutti quei gruppi legati al mondo del Design. Si trovano facilmente facendo una ricerca sui social, date un occhio se c'è qualcosa nelle vicinanze che potete frequentare, se non direttamente nella vostra città. Anche l'ambiente dei coworking è stimolante, spesso è frequentato da start-up e anche questo può essere un canale interessante per un freelance ma in generale per conoscere altre realtà. A volte organizzano eventi che non sono totalmente inerenti al mondo del design ma che diventano anche un modo per uscire, conoscere, incontrare persone, confrontarsi.

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Come si trovano i clienti?

Nell'azienda in cui lavoro non faccio più la parte commerciale, ci sono persone dedicate a questo ruolo. Però nella mia esperienza in aziende e agenzie più piccole ho affiancato spesso il commerciale in fase di prevendita. Ci sono diverse strade, nell'ambito pubblico c'è chi partecipa a gare, non è semplicissimo perché bisogna avere degli accrediti ed essere a un certo livello. Nel caso di un freelance si può scrivere all'art director o al responsabile creativo e proporsi per collaborazioni occasionali. O si può presentare la propria proposta a un'azienda scrivendo un'e-mail al responsabile marketing. Si può tranquillamente fare, come si manda una candidatura per un'assunzione. Se sono un freelance, trovare clienti buoni sta anche un po' nel saperli scegliere bene e saper dire di no. Se mi stanno chiedendo di svendere il lavoro o se penso non ci siano i presupposti per una collaborazione sana, ecco, evitiamo, questi non sono buoni clienti. Il networking aiuta tantissimo. Evitare queste situazioni, questi progetti fallimentari già in partenza, è fondamentale soprattutto all'inizio perché i nostri primi clienti diventano i primi canali di passaparola nei confronti di altri clienti.

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Come sentirmi soddisfatto dei miei risultati?

Credo che noi designer potremmo essere eterni insoddisfatti, il nostro lavoro è per natura sempre migliorabile. Quante volte capita di guardare un progetto, magari anche dopo un solo mese che lo abbiamo finito, e pensare: "Però lì se avessi messo questo sarebbe stato meglio". Non bisogna spaventarsi, bisogna essere molto onesti, è così. Spesso lo dico anche ai miei clienti, potrebbe essere un lavoro migliorabile all'infinito ma l'obiettivo è fare qualcosa che funzioni e che sia soddisfacente soprattutto dati il tempo e il budget a disposizione. Questi sono due vincoli molto grandi. Cerchiamo di non saltare le fasi di progetto ma piuttosto di ridurle, cerchiamo di non tagliare la ricerca con gli utenti: magari se ne fa anche poca, le fasi di divergenza e convergenza di pensiero, ma senza passare subito al pixel. Secondo me già se evitiamo di saltare passaggi e se facciamo un buon lavoro di team, possiamo sentirci soddisfatti dei nostri risultati. Migliorabili sì, sempre. Ma va bene così.

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Come risollevarsi da un fallimento?

Posso dire tranquillamente che ho avuto progetti più di successo e altri che di fatto non sono andati bene. Questo capita a tutti. Penso sia assolutamente normale e le motivazioni possono essere tantissime. Il punto è proprio riuscire a capire, dietro qualcosa che non va bene, quale sia la motivazione. Se da qualcosa che non è andato bene capisco che cosa non ha funzionato, questo mi aiuterà ad evitarlo in futuro.

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Come si rimane motivati e ispirati?

Per rimanere motivati sicuramente è utile frequentare altri professionisti, confrontarsi, studiare. Penso anche che la motivazione possa venire dal lavoro stesso che facciamo. Il fatto di lavorare a un progetto per cui avrò delle persone – migliaia ma anche solo 50 – che utilizzeranno quel sito, quel portale, significa che ho l'opportunità di avere un impatto concreto sulla vita di quelle persone. È un aspetto che in me alimenta la passione e vedo che fa la differenza anche per alcuni colleghi.

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Come sopravvivere a una deadline?

Più che rispettarla, la scadenza è importante saperla gestire. Innanzitutto è bene partire da una pianificazione che non è: "Ok ci vediamo oggi e poi ci risentiamo quando ti consegnerò il lavoro", in mezzo ci devono essere step intermedi di confronto, consegne, validazioni. Questo fa sì che la deadline sia molto più possibile da raggiungere. Quando si fa la pianificazione è anche importante tenere sempre un margine, un cuscinetto per poter gestire un cambio in corsa, perché i cambi di requisiti succedono ed è la normalità. Aiuta a non farsi prendere troppo dall'ansia. A volte mi è capitato di riuscire con il cliente anche a spostare delle deadline, magari spiegando che avremmo potuto dettagliare meglio una proposta o concludere quella parte di requisito. Quindi a volte si è anche disponibili a spostarle, ovvio che è molto difficile spostare quegli incontri ai quali sono sedute al tavolo dieci persone.

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Dovrei restare in Italia?

Io ho scelto di rimanere in Italia anche per questioni personali. Sono una delle motivazioni per cui si resta: gli affetti, i familiari. Penso che, soprattutto nel nostro ambito, un'esperienza all'estero possa arricchire un professionista. Però la vedo più così: fai un'esperienza, arricchisciti e poi torna. Oppure un'altra strada, una via di mezzo, è un po' la mia dimensione, perché sono in un'azienda internazionale e ho la possibilità di collaborare con colleghi che sono a Tokyo, in Inghilterra o in Germania. Questo è stato il mio modo di andare all'estero.

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Un consiglio per i giovani designer?

Mantenete alta la curiosità e la voglia di imparare cose nuove. Non è una professione in cui puoi dire: "Ho imparato a fare questo mestiere e l'ho acquisito", è qualcosa che effettivamente richiede di essere sempre propensi a evolvere. Anche perché ci troviamo in contesti sempre nuovi, sempre diversi, a dover affrontare nuove sfide. Poi io ho questo pallino: bisogna leggere! Ho anche scritto un libro in italiano sul Design per invogliare più persone a studiare la nostra fantastica disciplina, perché capisco che in inglese sia un po' ostico per chi non è del settore.

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