Creativi

Dal punto di vista realizzativo la creatività è contaminazione. Dal punto di vista ideale è trovare soluzioni a problemi anche quando sembrano non risolvibili.

Qual è il tuo lavoro?

Il mio lavoro è fare il designer, principalmente in ambito UX e UI. Lo faccio dal 2013 ma lavoro come designer grafico dal 2009. Attualmente sono libero professionista e consulente, sia metodologico che operativo. A Torino sono stato fondatore di Boumaka, un collettivo che lavorava nell'ambito della comunicazione visiva.

Cosa significa essere un "creativo"?

Citando Umberto Eco, penso che essere creativo sia la capacità di "unire i puntini". Fondamentalmente l'uomo non si è mai inventato nulla... Persino l'unicorno è comunque un cavallo, con un corno in testa. Tutte le forme che inventiamo, anche le più bizzarre, sono fondamentalmente l'unione di cose esistenti. Da un punto di vista realizzativo, la creatività è contaminazione. Da un punto di vista ideale, è trovare soluzioni a problemi anche quando non sembrano risolvibili. Unendo i puntini. È un'attitudine, un modo di rapportarsi al mondo, l'abilità di "svestire" il più possibile le problematiche e ripartire dal problema nudo.

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Cosa succede dopo l'università?

Sono sempre stato determinato a trovare il lavoro che mi piaceva. Dopo l'università sono stato chiamato come modellatore per fare i render delle sorpresine Kinder. Ho fatto esplodere il computer. Ero scarsissimo, ma volevo assolutamente fare quel lavoro. Mi sono accollato il rischio di fare un casino e ho colto l'opportunità di dedicare il mio tempo, pagato, per imparare a fare un lavoro.

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Come devo scrivere il curriculum?

Non credo sia importante avere un attestato che dica che tu sai fare qualcosa. Siamo cresciuti in un momento storico dove tutti studiano, tutti studiano troppo. Fortunatamente il nostro ambito – dico in generale comunicazione visiva e prodotti digitali – è un mondo che si basa molto sulle competenze acquisite grazie alle esperienze che hai fatto. Quindi il curriculum e ancora di più il portfolio sono il dipinto delle tue abilità, non solo quello che fai ma come lo fai. Le tematiche che ti interessano sono aspetti importanti per valutare uno junior ad esempio. Quindi le esperienze professionali che hai fatto o, se non ne hai, i concorsi a cui hai partecipato per esempio. Fondamentalmente valuto la tua intraprendenza, se esci dall'università e hai la pagina bianca per me significa che sei una persona poco intraprendente. Se hai partecipato a concorsi o altro, dimostra che eri interessato a qualcosa e vuol dire che hai la fiammella dello sbattimento – che è quella che ti permetterà di crescere.

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Soft skills... cioè?

Più che dirlo, è bello dimostrarlo di avere certe soft skills. E quindi durante un colloquio puoi documentarle attraverso i lavori che fai o le esperienze che hai fatto. Se dici di essere bravo a parlare in pubblico, probabilmente hai fatto uno speech dove hai insegnato qualcosa a qualcuno. Detto ciò, sono molto importanti soprattutto le soft skills di team e per queste non bisogna essere delle aquile, basta aver partecipato a progetti di gruppo con compagni di università. Per piccola che sia non banalizzerei mai un'esperienza di questo tipo se effettivamente è sintomo di impegno, di aver lavorato con qualcuno, di saper difendere un'idea.

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Come affronto un colloquio?

Per affrontare un colloquio, inizierei banalmente da "cerca di essere te stesso". Anche con l'abbigliamento, mi piace che i vestiti siano espressione di me – se devo fare un colloquio, magari guardo di non avere la macchietta sui pantaloni. Detto ciò, è bene scegliere un po' come vestirsi in base alla persona con cui vado a parlare. Se devo andare da Unicredit ci vado in giacca e cravatta, se devo andare in posto dove lavorano tante figure diverse, mi uniformo a quello che è il trend dello studio.

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Quanto conta il voto di laurea?

La carriera accademica è importante per te personalmente, ma nel nostro campo lavorativo non è determinante. Non arriveremo mai a uno spareggio dove scelgo uno piuttosto che un altro in base al voto di laurea. Proprio impossibile! Non mi è mai neanche passato per la testa.

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Cosa si aspetta da me il team?

Dal team mi aspetto sicuramente che completi la mia professionalità, partendo dal dialogo – e quindi darsi una mano sia per le idee, sia a livello tecnico. Mi aspetto che ci sia apertura, umiltà, disponibilità a imparare e a mettere in discussione le proprie idee. Soprattutto se sei un designer, devi essere incredibilmente umile e non fissarti su una tua idea, che tu sia junior o senior, è un peccato per entrambi.

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Cosa si aspetta da me il capo?

Questa domanda è un po' difficile, non avendo un capo vero e proprio non ho ancora una risposta. Penso che la differenza tra il capo e il cliente sia che il cliente in un certo senso va soddisfatto di più, con il capo puoi anche litigarci, se è la persona con cui puoi farlo. Se credi veramente in quello che fai, mostrarti solido su una posizione è un valore aggiunto che io da capo riconoscerei e apprezzerei.

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Partita IVA: e se poi me ne pento?

La partita IVA spaventa perché vuol dire lanciarsi nell'instabilità, però è sicuramente un biglietto di ingresso sui lavori a progetto. È quindi una carta per agganciare realtà che ti interessano e che non avrebbero le risorse per inserirti nell'organico. Spaventa sì, è una scelta che bisogna fare con consapevolezza, a volte devi accettare molti compromessi per tirarti fuori dai famosi "merdoni". In Italia il regime dei minimi è molto comodo perché ha una tassazione piuttosto bassa. Il regime ordinario è il drago più cattivo che abbia visto... Il mio rapporto con la partita IVA è stato molto controverso. Nei primi anni, quando guadagnavo il sufficiente per vivere, ero molto frustrato perché non riuscivo ad avere il controllo delle mie finanze, della mia stabilità. All'inizio questa cosa mi pesava ma poi effettivamente, crescendo professionalmente, si è rivelata un vantaggio.

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Se mi metto in proprio devo rinunciare al weekend?

Quando uno inizia certo, i sacrifici ci sono, magari lavori fino alle 4 di notte per le consegne, perché vuoi fare il progetto più figo del mondo che sarà poi la carta da giocarti con il prossimo cliente. Oggi io non faccio mai un weekend di lavoro perché è stata una scelta. C'è stato un punto della vita in cui questo marasma di vita professionale, vita personale, ambizioni, mi ha sconclusionato. Ho capito che era il momento di dare delle priorità nella mia vita e ho deciso che i weekend me ne vado in montagna.

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Dovrei lavorare gratis?

Io oggi lavoro gratis uno, due giorni alla settimana, perché credo che sia un investimento per il mio futuro. In un progetto c'è sempre un momento in cui dici: "Ok, quanto mi importa di quello che sto facendo?". Se te ne importa 10, puoi aggiungere una giornata di lavoro gratis, se te ne importa 1000 puoi lavorare magari anche un anno gratis, perché sai che nei prossimi cinque anni ritornerà in qualche modo – gloria o ritorno economico. Sottolineo anche solo "gloria", perché effettivamente io faccio un sacco di cose gratis – didattica, corsi, speech, una grafica per un amico, un progetto personale. Tutte queste cose rientrano in un macro-disegno di crescita professionale che deve avere una direzione. Forse questa è una consapevolezza che ti viene dopo, prima lo fai semplicemente per l'entusiasmo di farlo e poi inizi a capire che quell'entusiasmo era perché volevi andare in una determinata direzione.

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Come do un prezzo al mio lavoro?

Si dà un prezzo non tanto alla creatività quanto all'impatto del proprio lavoro. Proporzionandolo al cliente, alla responsabilità che ti stai assumendo e al valore che porti. All'inizio fai budget un po' a caso, poi impari quali sono i prezzi di mercato e che valore dare al tuo tempo. Io personalmente ragiono a giornate e tendenzialmente il prezzo che faccio è uguale per tutti i clienti, con piccole sfumature anche in base a quanto tengo a quel lavoro. Ho imparato a misurare il tempo che impiego su un progetto e questa mi sembra la formula più attendibile. Come determinare il prezzo giusto a giornata? Per la nostra professione, ci si aspetta che un professionista che costa 300 euro mi risolva il problema in un terzo del tempo del professionista che ne costa 100. Quindi se sei junior devi volare basso ma senza svalutarti. Ci vuole un po' di consapevolezza e il prezzo va proporzionato anche rispetto a quanto è richiesta la tua professionalità, quanto vale sul mercato. Quanto sei bravo rispetto agli altri che fanno il tuo stesso lavoro? E poi quanto impatta, effettivamente, la tua consulenza, il tuo apporto? È una cosa estremamente difficile da valutare, si impara con l'esperienza.

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Il cliente ha sempre ragione?

Se volessi rimanere ferreo sulla mia posizione professionale (UX designer), direi che l'utente – non il cliente – ha sempre ragione. È chi fruisce di un servizio, un prodotto di comunicazione o un sito, che deve guidare il progetto. Il cliente può darmi obiettivi di marketing e comunicazione, l'utente mi dice come utilizza o vuole utilizzare una cosa. Io designer impasto il tutto per capire come coniugare al meglio ciò che vuole il marketing con ciò che vuole l'utente. Più in generale, direi che il cliente può dare una guida – e tu sei un consulente, un professionista che è stato chiamato per risolvere un problema. Ovviamente il cliente avrà delle esigenze, un gusto suo, quindi l'abilità è empatizzare per capire cosa gli piace e cosa vuole, per evitare di fare un progetto che parli del designer quando invece deve parlare del cliente. Su piccole modifiche si può chiudere un occhio, su altre si può invece motivare la propria scelta con convinzione – dipende anche dalla fase del progetto, da quanto ci tieni e dal tipo di richiesta.

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Quanto è importante il percorso di studi?

Il percorso di studi è importante, sì. Io ho fatto il Politecnico di Torino – Graphic and Virtual Design – e una cosa che mi ha insegnato è il metodo progettuale. Che non è esattamente quello che uso adesso, ma va inteso come capacità di essere critici, capire le esigenze e gli interlocutori. Probabilmente da giovane fai fatica a coglierne l'importanza ma io ne sono sempre più convinto ed è una cosa che ci ha insegnato il Poli. Poi ognuno l'ha evoluta a modo suo, creando un proprio metodo di risolvere i problemi e di presentare una soluzione al cliente. Nel corso della professione vieni contaminato da esperienze, altre metodologie – Design Thinking, Lean Thinking... Un metodo funziona quando lo fai tuo e lo adatti al tuo modo di pensare. Gli studi sono importanti, adesso che bazzico l'ambiente didattico so riconoscere su cosa potrebbe essere forte una persona in base alla scuola che ha fatto. Però, per me, contano di più i progetti fatti, sono un fan del "learning by doing". Le scuole sono un buon trampolino di lancio che ti permette di risparmiare tempo.

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Posso essere un designer anche se non so disegnare?

La capacità di sketchare è una delle cose per me più utili e che apprezzo molto nelle persone con cui collaboro. Sketchare è di fatto il seme dell'idea, il momento dove rendersi conto che tutti stiamo parlando della stessa cosa – che sia un'interfaccia, un'illustrazione, il taglio di una fotografia. Quindi avere una buona consapevolezza spaziale e le basi di disegno è molto utile per comunicare con gli altri. Poi se fai l'illustratore, sì che devi saper disegnare! Diversamente non è fondamentale.

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Come si diventa bravi nel proprio lavoro?

Si diventa bravi con tenacia, voglia di crescere e di confrontarsi, umiltà, ispirazione, botte di culo, incontrando persone. Io ho avuto la fortuna di aver incontrato persone in gamba che hanno ricoperto ruoli junior, senior, come mentori e guide spirituali, anche a livello personale.

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Come dovrei presentare il mio lavoro?

Il modo interessante di presentare un lavoro è valorizzando il tuo punto di vista e le skills che reputi rilevanti, perché in base a quelle la gente ti chiamerà di nuovo. Se lavori a un progetto in cui hai curato anche solo un aspetto ma reputi di averlo fatto da paura, per quanto possa sembrarti nerd e ossessivo è quello il tuo vero valore, quindi raccontalo perché interesserà e servirà a qualcuno.

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Dovrei restare in Italia?

Sì, certo che si può essere felici in Italia! Ognuno fa la sua scelta. Ho vissuto un periodo – come tutti credo – dove volevo andare altrove, nel frattempo però ho iniziato a costruire una rete qua, mi sono appassionato di altre cose e ora questo posto è quello che geograficamente mi piace di più in tutto il mondo. Ci sto bene perché qui sono riuscito a trovare la mia dimensione. Dovrei stare in Italia? Non c'è un sì o un no, ci sono pro e contro che devi valutare a livello personale – inteso come macroinsieme che contiene anche l'aspetto professionale. Non bisogna dimenticarsi di questa gerarchia (dimensione personale, dimensione professionale) che è fondamentale per mantenere una stabilità psicologica e fisica. Cerca di orientare la tua professionalità in modo che serva a nutrire la tua personalità.

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Un consiglio per i giovani designer?

Un consiglio di vita generale. Spesso la società ci impone modelli molto alti e ambiziosi, che cerchiamo di ricalcare per non sembrare dei falliti o perché pensiamo che sia la strada per arrivare a un certo traguardo. Può essere stimolante ma è frustrante. Vedo che certe persone si accaniscono sulla cosa sbagliata, mentre penso che l'abilità sia individuare le cose che ti rendono effettivamente felice. Che possono essere l'ambiente di lavoro, le tematiche, la tipologia di lavoro, le persone con cui stai. Bisogna a un certo punto chiedersi: "Sei arrivato qui, sei contento?", sì, no. Se non sei contento puoi cambiare qualcosa? Se no, puoi cambiare strada? Questo lo dico anche in base alla mia esperienza. Ho fondato un piccolo studio (Boumaka), che è cresciuto in 8 anni di lavoro. A un certo punto è arrivato a una dimensione che non era quella che mi aspettavo. Ho iniziato a fare anche altro perché volevo iniziare a staccarmi, forse perché, un po' inconsapevolmente, sapevo che non stava andato nella direzione che volevo. È una cosa bella secondo me. Guardarsi indietro, capire se le scelte fatte sono giuste o se devi avere il coraggio di abbandonare un progetto, anche se ci lavori da 8 anni. Abbandonarlo non vuol dire litigare o rimanere da soli, non vuol dire che ti crolla tutto sotto i piedi. Immagino anche chi ha lavorato per anni in un'azienda e ha paura di lasciarla, o chi ha fatto l'illustratore per anni e decide di fare lo UX designer. Si può fare! Si possono chiudere dei capitoli, ci si può reinventare. Essere intraprendenti vuol dire anche questo.

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