Creativi

Non si diventa bravi dall'oggi al domani, ci va tanta fatica, è sempre un percorso in divenire e – SPOILER – non ti sentirai mai abbastanza bravo.

Qual è il tuo lavoro?

Sono co-fondatore, Clients Director e copywriter di Illo, uno studio con sede a Torino specializzato in motion design, illustrazione e set design.

Cosa significa essere un "creativo"?

È sempre molto importante la distinzione tra artista e designer. Mi sento moltissimo un designer, poco un artista. Non mi sento una persona che usa l'arte per esprimere se stesso e le proprie idee; mi sento un professionista che aiuta le aziende a risolvere problemi di comunicazione. O in generale che aiuta la tecnologia a raggiungere più persone e ad essere più semplice da utilizzare.

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Come devo scrivere il curriculum?

Il curriculum è ancora uno strumento fondamentale, visivamente dev'essere leggibile nel minor tempo possibile (recentemente ne abbiamo ricevuti 220 per una posizione da copywriter, che sono tantissimi). Non usate il formato europeo, nonostante qualche scuola pensi ancora che sia sensato: non ha nessun orientamento visivo, non ha una gerarchia dei contenuti e quindi è il più lungo da leggere. Concentratelo in una pagina sola, non in più pagine: tendenzialmente se arrivate dall'università non avete tante cose da dire, non raccontate cose inutili. Solo le informazioni fondamentali: come parlate inglese, qual è stato il vostro percorso di studi. Mettete una timeline degli ultimi dieci anni della vostra vita, dal liceo a dove siete oggi, e assicuratevi che non ci siano troppi buchi. Se ci sono due anni di vuoto, ti chiederò che cos'hai fatto in quei due anni. Che può essere: "Ok, ho capito che la mia vita non era quello che stavo studiando e ho cambiato totalmente strada", ci sta ma è da dire, un vuoto nel curriculum è qualcosa che poi si nota. Poche informazioni, dirette, in una pagina sola.

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Soft skills... cioè?

Le soft skills, scritte su un curriculum, sono molto difficili da valutare. Penso che non ci sia curriculum su cui non ci sia scritto: "Sono molto bravo a lavorare in team". Quindi purtroppo equivale a non metterle, non è da lì che si evincono le soft skills. Puoi anche non scriverle, senza problemi, perché possono riempire un buco sul curriculum ma lì non sono molto sensate, perché poi si notano sul lavoro. Noi facciamo sempre fare una prova pratica a chi entra e lì si cominciano a notare già un po' di più, nonostante si tratti di un lavoro individuale. Quindi non tanto il teamworking quanto piuttosto la capacità di relazionarsi con chi ti sta ponendo la domanda, per esempio. Le si vede poi all'atto pratico e sono importantissime, nonostante siano un po' delle parole che diventano vuote a forza di ripeterle. All'atto pratico fanno tantissimo, spesso preferiamo un professionista leggermente meno bravo ma con più soft skills. Quelle necessarie le riassumo in "non essere uno stronzo". Non essere una primadonna, una persona con cui gli altri hanno difficoltà a lavorare. Se qualcuno ha un problema, essere il primo a dire "Ti aiuto io". Sono queste le caratteristiche concrete da cui si riconosce chi lavora bene in team. Cerchiamo di carpirle il prima possibile ma te ne rendi veramente conto solo dopo tre mesi in cui lavori insieme.

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Come affronto un colloquio?

Da noi non è particolarmente importante come ti vesti – ovviamente farebbe strano vedere arrivare un candidato in canotta. L'importante è far notare durante il colloquio che hai fatto i tuoi compiti: sai dove ti stai candidando e non sono il quindicesimo a cui hai mandato la richiesta (e magari preferiresti un altro). Sembrano cose banali ma dovrebbe emergere: "Voglio veramente lavorare da voi, ho visto quello che avete pubblicato sui social, gli ultimi vostri lavori". E poi arrivare in orario, penso che sia fondamentale. Arrivare in ritardo sin dal primo colloquio renderebbe le cose complicate.

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Quanto conta il voto di laurea?

Il voto di laurea conta in parte sì, in parte no. Non è importante la tesi che fai, mi spiace dirlo ma quella non la legge nessuno. Ci sono studenti che si fissano e perdono anni per fare una tesi particolare che, per carità, può essere fondamentale per una carriera universitaria, ma per lavorare in uno studio come il nostro no. Dal voto di laurea capisco se sei una persona che brilla, che eccelle in quello che fa, e se ti piaceva quella determinata cosa. Ci sono ruoli per cui serve una persona molto organizzata, per un Producer o una figura che necessita di un lato organizzativo forte, posso considerarlo perché dico: "Ok, probabilmente è una persona che si è sbattuta parecchio ed era organizzata già all'università". Se sto assumendo un animatore non mi interessa né di cos'ha fatto all'università, né di cos'ha preso, perché ha skills che tendenzialmente ha maturato fuori dall'ambito universitario. Da noi in studio abbiamo chi ha la laurea specialistica in ingegneria e chi non ha una laurea, neanche triennale. Ruoli diversi, necessità diverse: è normalissimo che sia così.

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Il "posto fisso" è passato di moda?

Il posto fisso è un concetto d'altri tempi, ma il contratto a tempo indeterminato è una cosa fondamentale che dà stabilità e aiuta le persone a organizzare la propria vita. Però pensando alla nostra realtà è difficile ragionare così a lungo termine – chissà se tra sette anni saremo ancora qui! – ed è impossibile, da imprenditore, pensare al posto fisso. Di conseguenza è difficile anche per chi lavora per me. Ad ogni modo il contratto a tempo indeterminato è importante, perché permette alla società di darti delle certezze: acquistare una casa, fare un mutuo, avere stabilità nella tua vita. Quindi l'indeterminato è ancora un concetto fondamentale ed è giusto perseguirlo... Non tutti possono diventare freelance! Ci sono persone che lavorano meglio in team e persone che riescono a eccellere meglio da sole. Noi cerchiamo quasi sempre di lavorare come squadra interna e con contratti stabili a tempo indeterminato, per dare sicurezza e stabilità alle persone che fanno parte del team.

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Posso lavorare le classiche 8 ore?

Le 8 ore sono assolutamente realtà da Illo. Anzi, noi ci ricordiamo ancora bene quando qualche anno fa eravamo stagisti e lavoravamo 12 ore al giorno, quindi cerchiamo di far sì che – noi in primis – ma poi tutto il nostro team, non debba lavorare così tanto. Molto spesso nel mondo della comunicazione c'è tantissima disorganizzazione, sopratutto, mi dispiace dirlo, in Italia – abbiamo tanti meriti da altri punti di vista ma questo è un demerito. In realtà si può fare. Noi facciamo un orario normalissimo, di solito 9:30-18:30. Capita ovviamente il progetto che ti richiede di stare una/due ore in più, però non facciamo praticamente mai i weekend. Cerchiamo di tutelarci dicendo di no a progetti che richiedono un contributo diverso da questo. Si può fare, con tanta organizzazione e voglia, e i clienti devono magari avere tempi d'attesa un pochino più lunghi. È possibile lavorare 8 ore, magari anche di meno, magari in futuro 7 come fanno in Svezia o in Danimarca. In generale si dovrebbe lavorare il giusto numero di ore "umane", anche perché oltrepassandole sei, sì, presente fisicamente, ma con quale efficacia?

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Cosa si aspetta da me il team?

Il team si aspetta da te sicuramente il fatto di non essere uno stronzo o troppo "primadonna", ma di esserci per gli altri. Nel momento in cui uno ha un problema, anche se non è tua responsabilità, saper dire: "Ok, sono qua, ho anch'io le mie cose da fare però ti do una mano per risolverlo". Essere accountable, spontaneamente. Vedere l'altro che è in difficoltà e chiedere: "Hai bisogno?".

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Cosa si aspetta da me il capo?

Assumersi la responsabilità è importantissimo. Il capo si aspetta che seguiate il lavoro che vi è stato affidato nel migliore dei modi possibili, cercando di avere un cliente soddisfatto e il lavoro più bello possibile, in modo che anche lo studio ne tragga giovamento. Significa sicuramente essere accountable. Essere una persona che sa quale compito gli è stato affidato e lo svolge in modo proattivo, cercando di risolvere i problemi nel momento in cui nascono o cercando di anticiparli. Una persona che cerca di capire il cliente, non per forza dicendo sì a tutto ma dicendo anche no a determinate cose, con cognizione di causa. Ovviamente non sarà così da subito, non è che chi entra deve averlo sin dal primo momento, ma sicuramente devono esserci passione per il settore e voglia di prendersi delle responsabilità. Cose che da noi già uno stagista ha.

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Partita IVA: e se poi me ne pento?

Se poi te ne penti, la chiudi. È assolutamente fattibile: la partita IVA si può aprire facilmente, si può chiudere facilmente. Anche economicamente parlando, se è andata male non è una gran cosa, è piuttosto semplice. Nonostante si dica tanto sulla tassazione in Italia, anche un'azienda – una S.r.l. come la nostra – può sopravvivere. Non è vero che non si può fare impresa. A volte il troppo vittimismo ci porta a credere che non sia possibile, invece sì, è possibile, si può fare. Soltanto che bisogna essere un po' quadrati e organizzati. Per la partita IVA personale ci sono oggi condizioni fantastiche con i regimi agevolati, non vedo perché una persona che vuole provare non debba farlo. Piuttosto poi torni indietro. Ma non conosco quasi nessuno che l'abbia fatto.

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Dovrei lavorare gratis?

Non lavorare gratis per altri, lavora gratis per te stesso. Se il fatto di farlo per te stesso coincide con il fatto di farlo per qualcun altro: that's fine! Però non farlo più nel momento in cui esci dall'università. Se hai un momento di magra a livello di business o sei un freelance che ha appena iniziato e ha un mese libero, fai piuttosto un progetto personale che rispecchi quello che vorresti offrire ai clienti in futuro e mettilo in portfolio.

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Come do un prezzo al mio lavoro?

Dare un prezzo è un'arte complicata, la sensibilità si evolve col tempo e si procede per "trial and error". Quando inizi parti da un prezzo bassissimo e pian piano lo aumenti, ed è importante che continui ad aumentarlo perché vuol dire che stai evolvendo anche tu. Sostanzialmente devi sempre cercare di salire di qualità nei lavori che fai, in modo che il prossimo possa avere almeno il prezzo dell'ultimo che hai fatto, e non di quello ancora precedente. Quindi crescere sempre. È normale partire bassi, poi quando arrivi a una fase più matura della tua carriera – magari bastano un anno o due – non bisogna più tanto pensare "Ci metto tot ore e quindi costa tot". Piuttosto dovresti iniziare a pensare: "Quello che faccio porta una trasformazione al mio cliente che vale tot, allora il mio prezzo dev'essere una percentuale di questo valore". Porta ad avere un margine molto maggiore. Riceviamo tutt'ora anche richieste imbarazzanti, si risponde gentilmente: "Non fa per noi, grazie, buona fortuna". Ci sono business che grazie a una piccola consulenza di design riescono a variare tantissimo il fatturato o a portare molti vantaggi alla propria azienda: in questi casi il nostro contributo è di grandissimo aiuto ed è giusto dare un valore a questo. Non tanto sulla base delle ore lavorate, quanto sul valore – sui vantaggi – che porti al cliente.

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Il cliente ha sempre ragione?

Un cliente che non dà feedback – per quanto magari un giovane designer possa sperarlo – credo che sia il peggior cliente possibile. Perché vuol dire che non è coinvolto più di tanto e che non gli interessa veramente quello che stai facendo. Da progettista trovo che un certo numero di feedback sia fondamentale, se interpretati: non facendo alla lettera quello che mi dice il cliente, ma capendo come posso migliorare il mio lavoro. Poi si arriva a volte a una quantità di feedback chiaramente eccessiva. A un certo punto il designer è talmente soffocato e sovraccarico per averci lavorato troppo, che purtroppo il progetto non migliora più e alla fine si arriva a un compromesso che non fa bene né al designer né al cliente. Noi Designer dobbiamo però essere autocritici: a volte se il cliente fa un po' l'Art Director vuol dire che forse non abbiamo dato abbastanza informazioni per fargli capire le nostre scelte. Magari abbiamo mandato un'e-mail con un link e due righe per dire: "Questo è quanto", mentre invece serviva una call di mezz'ora in cui dirgli: "Guarda, voglio evitare questo e quest'altro e quindi stiamo prendendo questa strada". Parlare con persone non del settore richiede sempre di fare una piccola parte di formazione, è normale che sia così. Una buona dote del designer è quella di farsi capire, far comprendere le proprie scelte e riuscire a convincere il cliente che siano le scelte giuste.

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Posso essere un designer anche se non so disegnare?

Io so disegnare abbastanza male... Quindi sono un buon esempio di come si possa essere un designer anche senza disegnare bene. Perché non è detto, magari la tua creatività non si applica al disegno ma allo scriptwriting, o alla selezione della musica, o al creare forme geometriche che puoi realizzare con un software. Al di là del disegno a mano, mentre impari a disegnare apprendi però competenze collaterali che possono tornare molto utili: la composizione, la teoria del colore. Poi da noi c'è anche chi illustra con la tavoletta grafica e in quel caso, ovviamente, è utile saper disegnare bene, però no, non è così importante. Dipende dal ruolo che vuoi avere.

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Come si diventa bravi nel proprio lavoro?

È molto importante continuare a formarsi, avere interessi e perseguirli. Per diventare bravi non è assolutamente detto che sia necessario passare da una scuola, anzi, per alcune figure – illustratori, animatori – è molto difficile che ci siano scuole che lo insegnino bene, è un percorso molto personale. Però se ci si appassiona a un determinato settore, bisogna proseguire e non fermarsi, continuare a provare, pubblicare online e vedere che riscontro ha, e ogni volta fare di meglio. Poi succede sempre che si guarda indietro e le cose fatte due anni prima sembrano terribili, ed è giusto così, perché appunto stai facendo un percorso. Non si diventa bravi dall'oggi al domani, ci va tanta fatica, è sempre un percorso in divenire e – SPOILER – non ti sentirai mai bravo. Anche quelli bravi bravi non si sentono bravi, perché c'è sempre qualcuno più in alto a cui mirare.

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Come dovrei presentare il mio lavoro?

L’importante è avere un sito web altrimenti è come se, lavorativamente parlando, non esistessi. Perché anche chi ti trova sui social, è molto probabile che andrà comunque a vedere il tuo sito. È fondamentale curare un portfolio che rappresenti di cosa vuoi occuparti, quindi scegliendo lavori coerenti con quello che vorresti fare in futuro. Quindi se a un certo punto, per esempio, vuoi cambiare stile o direzione, è utile rivederlo anche in maniera sostanziale, mantenendo pochissimo del vecchio. Non farlo troppo lungo, non serve, bastano sei/otto progetti che mostrino più sfaccettature del tuo lavoro per attrarre opportunità diverse. Per esempio noi ci occupiamo di motion, set-design, art direction per siti web, video automatizzati: tutto questo deve trasparire dal portfolio per far capire la varietà di ciò che offriamo. Buona parte delle persone che metteranno like al tuo portfolio saranno designer, per cui è giusto curare anche l'estetica della presentazione. Poi ci sono progetti con meno like che portano però molti clienti... Sono target diversi e quindi è normale che alcune cose funzionino di più con uno e meno con l'altro, per questo è utile mantenere una buona via di mezzo.

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Dovrei restare in Italia?

Sono molto a favore delle esperienze all'estero, lavorative o di studio – falle mentre studi o subito dopo. Anche quando assumiamo valutiamo molto bene questo aspetto, perché vuol dire che sei andato via di casa prima, hai vissuto da solo in una realtà diversa con un'altra lingua: sono sempre esperienze che ti fanno fare un bel passo avanti. Noi abbiamo studiato e lavorato, in parte, a Parigi e abbiamo vissuto un po' di mesi negli Stati Uniti, a Los Angeles. Ma siamo tornati in Italia. Non è detto che non torneremo di nuovo all'estero in futuro, però siamo molto contenti di aver messo base qui a Torino, perché dopo che stai via tre anni ti vien voglia di tornare. È molto bello nel nostro caso lavorare con gli Stati Uniti, dove i budget sono diversi perché il settore e l'economia sono diversi, ma a vivere là spenderemmo tre volte tanto: questo gap è ottimo! Anche non vivere a Milano ma a Torino è stata una scelta di questo tipo. Scegli dove vuoi vivere, alla fine cambia poco. Fortunatamente abbiamo scelto un lavoro che può essere fatto un po' ovunque. Se sei freelance l'attrattiva di una grande città come Londra o Barcellona può esserci, e sono d'accordo che possa far svoltare una carriera. Dipende un po' dal tipo di persona che sei. Poi, essendo Europei, siamo tra i pochi al mondo che hanno la fortuna incredibile di poter viaggiare ovunque, dove vogliamo. Farlo è quasi un dovere da questo punto di vista!

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Un consiglio per i giovani designer?

Tornando anche al discorso della partita IVA, il mio consiglio è provarci. Darsi sei mesi. Ci si mette 2/3/5 anni ad arrivare sul mercato del lavoro, sei mesi in più o in meno non fanno tutta questa differenza. Darsi sei mesi di tempo e vedere come va, perché è molto più difficile farlo dopo. Se parti con l'essere dipendente cominci subito ad abituarti ad avere uno stipendio e ad avere spese collegate a quel tipo di stipendio. Uno dei maggiori freni che vedo è nel dire: "Lascio il posto in un'azienda importante per creare la mia realtà, ma se non va bene mi sono giocato il posto". Ecco, all'inizio non ti giochi niente. Provaci i primi sei mesi, se va male hai solo sprecato del tempo, se va bene hai creato un'opportunità che può cambiarti la vita.

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