Creativi

L’atto di comunicare è, alla base, profondamente umano. Ai giovani designer consiglio di ripartire dalla letteratura, dalla filosofia, dall’arte in generale. Il mondo lì fuori è la sorgente.

Qual è il tuo lavoro?

Faccio il grafico a Torino ormai da parecchio tempo, dalla fine degli anni Novanta. Oggi sono il titolare di una ditta individuale, Elyron. Fino a qualche tempo fa ho condotto questa attività con un socio e avevamo anche delle persone che lavoravano per noi, poi purtroppo questa società è stata chiusa. Quindi attualmente sono molto simile a quello che può essere un libero professionista, anche se fiscalmente non lo sono perché i grafici non godono di un albo; è come se avessi un negozio commerciale.

Il "posto fisso" è passato di moda?

Il posto fisso è sempre più attuale! Ed è sempre più una mira... Parlo anche per me, quante volte ho pensato: "Basta, mi faccio assumere!". Poi ci manca, nel senso che è molto difficile cambiare un certo tipo di approccio. A me piacerebbe avere il posto fisso però solo a certe condizioni: dovrebbe permettermi di portare avanti anche altri progetti (continuare a fare il grafico ad esempio, o il musicista che è un'altra mia passione). Ho la sensazione che questo tipo di visione sia abbastanza condivisa, che il posto fisso sia una specie di male necessario per potersi dedicare ad altro... No?

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Partita IVA: e se poi me ne pento?

Io ho sempre avuto la partita IVA. È stato un passaggio naturale, non è che ci abbia pensato più di tanto. L'ho sempre vista come una condizione abbastanza naturale, come avere la carta d'identità. Poi sì, uno può sentirne il peso. È vero che oggi ormai non ti assume più nessuno: ti chiedono di aprire la partita IVA per fare finta di assumerti. Quindi le implicazioni psico-filosofiche di avere una partita IVA magari sono cambiate rispetto un tempo. Però perché no, tanto voglio dire, come si può aprire, si può chiudere. Non è una cosa che ti condanna a vita. Inviterei a considerare la partita IVA come niente più di un numero che serve a fare le fatture, dopodiché puoi anche chiuderla, nel momento in cui magari trovi un lavoro da dipendente. Quindi perché no?

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Lavorare da casa è una buona idea?

Penso che sia importante distinguere il lavoro dalla vita privata, anche se poi bisogna fare i conti con le necessità. Io stesso per certi periodi – neanche tanto brevi – ho lavorato da casa. Adesso ho uno studio piccolissimo fuori città, mi sono un po' riavvicinato alla dimensione casalinga perché contestualmente è simile. Il fatto di poter lavorare insieme ad altre persone in un posto che non è casa tua genera sicuramente dinamiche positive. Ma non è solo questo: è importante anche per il contesto in cui lavori, per il modo in cui riesci a costruirti uno spazio che in qualche modo riecheggia il tuo pensiero.

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Il cliente ha sempre ragione?

Giunto a una certa età ti posso dire che il cliente, dal suo punto di vista, ha quasi sempre ragione. Se sente di aver bisogno di un logo più grande può essere la risposta a un'isteria, però bisogna essere capaci di andare un po' più in là. Per cui può darsi che abbia bisogno in effetti che qualcosa cambi. Magari non è strettamente il logo, ma c'è qualcosa che non lo convince, qualcosa che non funziona. Non è sempre così negativo assecondare certe richieste, può essere anzi sorprendente. È chiaro che dipende molto dal caso. Ci sono casi di prevaricazione evidente ma quando un cliente in buona fede ti dice una cosa – anche banale o apparentemente irritante – come ad esempio: "Voglio il logo più grande", beh, magari provo a farlo e vengono fuori aspetti che non erano stati considerati, ma che c'erano.

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Come sentirmi soddisfatto dei miei risultati?

Innanzitutto penso che sentirsi soddisfatti sia un'utopia: non ci si può sentire mai soddisfatti. Bisogna cercare di fare questo mestiere con onestà verso se stessi, perché è un po' come l'atleta che corre: come fa l'atleta a essere soddisfatto del proprio primato? Vuole sempre migliorarsi. Uno degli indici sospetti di un candidato che viene a fare un colloquio è quando ti dice: "Questo è un lavoro che veramente mi ha soddisfatto". Poi tu lo guardi e pensi: "Ma sei proprio sicuro? Mah". Soddisfatti mai. Come si può però evitare di sentirsi frustrati nei confronti di altri professionisti che sembrano più bravi? Credo che aiuti cercare di essere il più possibile eclettici rispetto a certi stilemi. Puoi fare una cosa che magari ti sembra brutta, ma è comunque diversa da quella che fa un altro. Il fatto di insistere molto su un certo tipo di manualità imperfetta o di privilegiare certi gesti – spesso più istintivi – per me è stata una via. Nel senso che vedevo alcuni colleghi fare cose pulitissime, di una perfezione tale per cui dici: "WOW!". Sì, però io sono altra roba: magari c'è ancora tantissimo da fare, da imparare, però sto cercando insistentemente di percorrere una mia strada.

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Un consiglio per i giovani designer?

Viviamo in un mondo in cui la tecnica è diventata significante e significato della comunicazione. Questo ha portato alla produzione di una quantità smodata di contenuti tecnicamente perfetti e spesso del tutto vuoti di umanità. Le scuole di Design hanno proliferato sotto la falsa promessa di insegnare questo mestiere attraverso la conoscenza tecnica dei software, cancellando (secondo me per scarsa cultura) un fatto molto semplice: l’atto di comunicare è, alla base, un atto profondamente umano. Ai giovani designer quindi consiglierei di ripartire dalla letteratura, dalla filosofia, dalla musica, dall’arte in generale. Il mondo lì fuori è la sorgente.

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